Con Paolo Ferrante sfogliamo le pagine uniche di EREBO

Pochi esemplari composti da 64 pagine, un sommario con tanti approfondimenti, immagini uniche, pubblicità e rubriche umorali. In questo modo Paolo Ferrante (aka Evertrip), sperimentatore dalla pratica artistica multiforme, realizza EREBO una vera e propria “pseudo- rivista” improntata sui modelli dei periodici per le famiglie. Quello di Ferrante (classe 1984) è un linguaggio alchemico affascinante, vissuto attraverso l’utilizzo di vari medium dai quali l’artista genera un’opera dove il corto circuito culturale, formale e semantico si traduce in un oggetto poetico o in un codice visivo dal valore narrativo ed estetico intimamente rigenerato. EREBO, che verrà presentata ufficialmente il 15 giugno presso LO.FT- locali fotografici a Lecce, è un’operazione di ricerca artistica editoriale ben costruita così, dalla decontestualizzazione dell’immaginario collettivo agli automatismi espressivi, e dai finti collage alla costruzione dei significati nel linguaggio pubblicitario, nella rivista emergono anche delle tracce che rimandano alle esperienze della poesia visiva. EREBO è un supporto cartaceo di parole e immagini che veicolano, anche con effetti parodistici, un racconto personale che oscilla tra elementi surreali, concreti e concettuali e che vede come principale oggetto d’indagine la comunicazione di massa. 

Il prossimo 15 giugno, presso LO.FT – locali fotografici a Lecce, verrà presentata EREBO, una fanzine d’artista realizzata con un numero unico e una tiratura limitata di copie. Dopo l’esperienza di “Tegumenta- dizionario emozionale”, raccontaci come è nata l’idea di EREBO e quali sono stati gli spunti processuali che ti hanno portato a questo nuovo lavoro?
Erebo nasce la notte del 1 febbraio 2016. Stavo cercando un modo per unire dipinti, fotomontaggi, scritti, sogni in un unico concept come feci con Tegumenta, e all’improvviso ebbi la folgorazione. Alle due del mattino, in pieno dormiveglia, mi comparve questo termine che avevo letto in giro, l’Erebo, le tenebre sotterranee della mitologia greca. Ma la vera intuizione fu accostare il suono e l’assonanza di questa parola con quella di un settimanale con cui molti di noi sono cresciuti: Epoca. Pensai che l’epoca che stiamo ancora vivendo è un’era oscura, buia.

Quali sono gli esordi della tua esperienza artistica?
Difficile stabilirlo. Posso dirti quando è nato lo pseudonimo che uso solo nei libri: Evertrip. Esso è un omaggio all’artista bolognese Gianluca Lerici, in arte Bad Trip, personaggio a cui sono legato emotivamente seppur in maniera indiretta. A parte l’aspetto editoriale, potrei riassumere gli inizi della mia esperienza artistica nel periodo in cui mi sono trasferito a Milano(2011), anno nel quale ho iniziato ad avere a che fare con ottimi artisti spesso miei coetanei, e numerose mostre che mi hanno arricchito.

Attualmente in che modo si sta sviluppando la tua ricerca?
Da circa una settimana ho scoperto di essere un bravo modellatore! Non toccavo l’argilla da quindici anni e appena l’ho avuta tra le dita è venuto tutto spontaneo. Scoprire di avere un piccolo dono non può che spingerti a sfruttarlo oltre le sue comuni potenzialità. Il mio intento ultimamente è creare finti musei personali, come feci con la mostra Memorabilia ai Koreja nel 2014. Quindi questa nuova abilità che ho scoperto potrebbe tornarmi utile per creare finti reperti o finti fossili. Vedremo.

Torniamo alla “pseudo rivista”, chi sono i lettori di EREBO?
Quando andai a “montare” Erebo, pensai di ricreare una rivista per famiglie di approfondimento politico, ricreandola graficamente e riempiendola di contenuti totalmente diversi che fossero rivolti alla nostra generazione (per esempio accenno spesso alla Zona di Comfort), la crisi ideologica che stiamo vivendo culminata negli anni Ottanta. Ecco, per me gli Anni Ottanta, periodo in cui sono nato, sono paragonabili al Kali Yuga (età oscura) della tradizione induista. La Generazione Y, assieme agli ultimi della X, stanno entrambi cercando di affrontare questo periodo, e io voglio narrarlo artisticamente.

La fanzine affronta vari argomenti e approfondimenti “di stampo esistenzialista”, ma qual è la vera ossessione della voce narrante di EREBO?
Come in Tegumenta, esiste in effetti una voce narrante, una coscienza estranea che risponde nella sezione Lettere al Direttore, dove emana la sua saggezza, oppure nell’inchiesta sulla regressione nei ricordi. Direi che è un tentativo continuo di provare a osservare la vita, gli sbagli, le vittorie, le esperienze, i dolori, gli amori, da un’ottica esterna, come un satellite che fotografa la Terra dallo spazio. Vedere la vita dall’esterno… ecco sì, forse è questa l’ambizione del Direttore di Erebo.

Secondo te la fanzine d’artista in che modo risponde a un’idea di democratizzazione dell’arte e della cultura?
Per me l’arte non è democratica e non lo sarà mai, perché basa tutto sul processo estetico che è per sua natura selettivo, quindi le persone comuni non possono operare artisticamente se non per indole unita a una preparazione. Chiarito questo, la fanzine d’artista è figlia del più noto Libro d’artista, che a sua volta è figlio delle miniate medievali. Seguendo questo filo cronologico ci si rende conto che pochissimi possono generare un’opera visiva partendo da un libro, e credo che la cosa sia valida ancora oggi. Malgrado il contesto in cui la fanzine è nata, l’underground, solo chi ha capacità artistiche derivate da una continua esperienza creativa e studi personali può realizzare una fanzine d’artista. Ovviamente però possono fruirne tutti: stanno infatti nascendo numerosi spazi e librerie in cui poterle sfogliare, anche qui in Italia.

Nel tuo lavoro emerge un approccio legato anche alla poesia visiva. In questo tipo di ricerca ibrida sulla quotidianità, il linguaggio e la forza immagini, qual è la tua riflessione sui nuovi media in rapporto al linguaggio dell’arte contemporanea? 
Non ho molto a che fare con la poesia visiva, anzi negli ultimi tempi cerco un modo per distaccarmi proprio dalla parola. Spero di riuscirci in futuro. Per rispondere alla tua domanda, credo che la tecnologia abbia sempre dato un apporto all’arte, fin dall’antichità. Si potrebbe dire che gli sviluppi e i progressi scientifici, se ben veicolati, possono aggiungere nuove esperienze alla pratica artistica. Ultimamente mi sto appassionando per esempio dell’errore nell’elettronica, il cosiddetto Glitch. Esiste un filone chiamato glitch art che basa tutto sull’effetto estetico, trasformandolo in una cosa fine a se stessa. A me invece interesserebbe stravolgere il Glitch, dargli un senso, veicolare l’errore per ottenere un linguaggio regolamentato.

Parliamo di Puglia e in particolar modo di Salento, a che punto è il dibattito sull’arte contemporanea e quali sono le esperienze più interessanti in questi ultimi tempi?
Non ho una completa visione dell’arte italiana o pugliese, ma mi sembra che le cose stiano leggermente migliorando, soprattutto sul piano della fotografia contemporanea, almeno qui dalle nostre parti. Nel salento ho visto nascere numerosi spazi indipendenti di qualità in quest’ambito e sono piuttosto ottimista.  Anche in versanti estranei alla fotografia vedo un po’ di movimento: alcuni ragazzi dell’accademia di belle arti di Lecce hanno avviato vari progetti esterni molto interessanti. Cito TOPPUNT di Romanelli e Gazza, microspazio espositivo dalle potenzialità grandissime, o il laboratorio a Corigliano d’Otranto “De Lumine et Umbra”, tenuto dai bravissimi Musarò e Bellitta in collaborazione con le Officine Agorà.

Il tuo liquore preferito?
Ovviamente Tegumenta, il liquore di sali che si estrae dal petto di chi amiamo. Da oggi anche all’aroma vanigliato.

 

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