Luigi Presicce: L’arte contemporanea mi annoia peggio degli spettacoli con i delfini in cattività

di Giuseppe Amedeo Arnesano
foto Daniele Coricciati
Pubblicato su CoolClub.it il 5 maggio 2016

 

Ci sono pellicole bellissime che raccontano il connubio tra le arti figurative e il cinema e più in particolare ci sono quelle dedicate alle esperienze del documentario sull’arte. In Italia, tra i nomi che hanno fatto la storia dei documentari d’arte, non possiamo non citare due grandi storici dell’arte come Roberto Longhi e Carlo Ludovico Ragghianti che nel secondo dopoguerra rinnovarono completamente ed entrambi con le dovute differenze la riflessione teorica sul cinema, iniziata durante i primi anni trenta del novecento. Dall’arte al cinema e viceversa il passo è breve così, dopo il recente Festival del Cinema Europeo di Lecce che ha assegnato una menzione speciale per il documentario breve “Giuseppe che sapeva volare” di Lara Castrignanò (fotografia di Francesco G. Raganato, regista Luca Cucci con la Produzione Apulia Film Commission nell’ambito di Generations), abbiamo incontrato Luigi Presicce che nel film, insieme ad Annalisa Macagnino, rilegge in maniera intima e sentimentale un brano agiografico del santo dei voli. Luigi Presicce artista e performer, oggi tra i più importanti protagonisti nel mondo dell’arte contemporanea racconta il suo universo, la Puglia e le attuali sperimentazioni artistiche.

In questo periodo a Bologna, presso la Galleria De’Fosherari, le tue opere sono in dialogo con quelle del bolognese Piero Manai, artista legato alla pratica del disegno e del dipinto. La tua formazione ha inizio proprio con la pittura, cosa ricordi delle prime esperienze e in modo hai sviluppato il tuo lavoro per questa mostra?                                                                                  Forse ho proprio iniziato dove Manai ha finito, anche se ne ero inconsapevole. I miei esordi con la pittura si sono dimostrati infatti della stessa densità iconografica con cui Manai ha concluso, precocemente, la propria carriera. Devo precisare che non conoscevo il suo lavoro prima che il curatore della mostra, Antonio Grulli, mi proponesse questo progetto, e nel corso della mia scoperta della sua opera, molte cose si sono per volontà divina allineate (come accade di sovente). A tutti gli effetti non ho prodotto opere ispirate dal lavoro di un artista scomparso, ho solo recuperato cose che avevo fatto anche una ventina d’anni addietro o negli ultimi anni con una matrice comune che è l’attenzione alla mancanza. Quando parlo di questo non mi riferisco a un discorso sul corpo e le sue possibilità altre legate a una sorta di mutilazione concettuale, ma proprio alla mancanza: quando realizzo le mie sculture e tralascio un braccio, una gamba o la testa, non voglio porre l’attenzione su questo (come spesso si è abusato alla fine degli anni novanta), ma solo a quanto sia davvero necessaria una parte scultorea anziché un’altra all’interno della figura, che poi è un insieme di singolari gesti simbolici, consonanti con strumenti che lo sono altrettanto. Ovviamente non posso parlare per l’artista assente, anche se credo ci abbia aiutato molto nel far emergere delle cose, come una sua vecchia polaroid in tutto simile a un mio ritaglio fotografico del 1998 messo in mostra. Il titolo dell’esposizione naturalmente è stato quello che ha fatto scattare questo nostro dialogo immaginario, l’opera del pittore belga Ensor, Autoritratto con maschere del 1899, che sia Manai che io abbiamo utilizzato come veicolo per un nostro lavoro. Da qui è partito un po’ il progetto, dai suoi disegni delle maschere di Ensor e dalle mie scelte compositive nella performance Santo Stefano, i coriandoli, le pietre del 2015 fatta a Putignano. Aggiungerei solo un riferimento al mio omaggio a un’opera di Manai che è in mostra, il grande Senza titolo: un cappello con un monolite rosso all’interno che è stato foriero per la realizzazione di un mio disegno con soggetto un cappello dal quale si alzano vampe di fuoco, in un colloquio metafisico.

Un mese fa a Lucca in occasione di Sui Generis, rassegna di performance dell’Associazione Culturale Dello Scompiglio, hai inaugurato la stagione con la performance per uno spettatore alla volta “Trittico della giovinezza angelica”, com’è stata quell’esperienza?                                               Quest’opera, Trittico sulla giovinezza angelica, è a mio avviso un punto chiave di una nuova visione sulla performance e sul mio modo di concepire il corpo dell’attore. A differenza di quello che ho fatto in precedenza, una figura in particolare, quella della ginnasta (le altre due sono Ofelia e Sant’Agata), nasce esclusivamente da una mia scultura e non da dipinti o riferimenti storici del passato. Ritorna anche in questo caso il discorso fatto precedentemente sulla mancanza, la figura è stata sezionata da due non colori, il bianco e il nero, con il primo si è messo in evidenza il gesto scultoreo e con il secondo le parti mancanti che si sono fuse con il grande tappeto circolare. Sul torace una costola, chiaro simbolo di una nascita angelica, voluta da Dio e non corrotta dall’atto sessuale. In una mano argilla fresca, la componente maschile della nascita, Adamo primo uomo voluto da Dio nel giardino delle delizie. Il mito dell’immacolata concezione, del corpo angelicato, corpo glorioso, privo di organi genitali, simbolico nel suo essere celeste. Credo che l’intera opera sia stata molto ben orchestrata attraverso le tre figure che disposte nello spazio creavano quasi l’effetto di una grande installazione, non di una performance, parola che che ancora mi sfugge…

Da cosa ti lasci affascinare e quale percorso intraprendi prima di arrivare al processo performativo?                                                                                       Sono un analogista, il mio cervello accoppia le notizie che vagano indistinte nella mente e che stanno li ferme in attesa di essere ripescate. Non è mai accaduto che mi sia messo a scrivere qualcosa di punto in bianco o con l’intenzione di farlo. Tutto quanto io abbia realizzato mi è stato suggerito in uno stato di dormiveglia o in condizioni analoghe, come per esempio la corsa, che utilizzo per immergermi in una forma meditativa. Di solito l’immagine che viene fuori è pressoché definitiva, mi rimetto a studiare solo per verificare la fattibilità delle cose e per capire se la testa non mi stia facendo uno scherzo, ma neanche questo è mai accaduto. Introduco notizie che hanno le più svariate origini e di tutti i campi del sapere. Non sono molto attratto dall’arte quanto lo sono dall’ornitologia, dai fiori, da un bel taglio di vestito o da un tweed. Se di arte bisogna parlare mi potete trovare in una chiesa, in un museo archeologico… L’arte contemporanea mi annoia peggio degli spettacoli con i delfini in cattività.

Come funziona la macchina organizzativa che precede i tuoi atti performativi?                                                                                                           Dal momento in cui nasce la scrittura, tutto si mette in moto per far si che nell’arco di mesi ogni persona che collabora con me sia in grado di realizzare quello che chiedo. Scelgo il luogo, determino il percorso che farà lo spettatore, il punto di vista che avrà della scena e l’uscita migliore per non intralciare chi attende. Seleziono gli attori in base alle esigenze specifiche di ogni singola figura in scena e se non ho già avuto rapporti con questi in passato, cerco di allenarli all’immobilità. Contatto costumista e attrezzista e con vari disegni cerco di spiegare in quale direzione bisogna andare, si scelgono le stoffe, i tagli, i materiali che spesso sono preziosi, anche se durano il tempo della performance e poi non verranno mai più utilizzati né venduti. A questo punto nasce un fitto dialogo con chi fotograferà e chi riprenderà la performance. Si stabilisce la scelta delle luci in fase di ripresa e con la presenza del pubblico, che sono due momenti differenti. Di solito lavoro sempre con le stesse persone, in modo da dover parlare il meno possibile…non sono noto per il dilungarmi e se posso evito di aggiungere rumore vocale che non sia estremamente indispensabile.

In un periodo di crisi dove la società sta sgretolando i valori sociali, culturali, identitari e civili, siamo ancora in grado di lottare per difenderli? in che modo?                                                                                                          Non so darti una risposta, altrimenti sarei Dio o un capo di stato, non mi piace la lotta per gli ideali e non credo nel genere umano, quello che mi porta a fare quello che faccio è la costante ricerca dell’armonia, che sta al di sopra di tutte le cose e prescinde dall’altro. Non occorre approvazione, se una cosa è giusta lo sa il cielo e te lo fa capire in mille modi.

Qual è lo stato dell’arte contemporanea in Italia e in particolare in Puglia?Non saprei effettivamente, non visito molte mostre e non leggo i tabloid sull’arte, sono stato definito “un giovane artista medievale” e per quanto mi sforzi non riesco a dare torto a questo appellativo.

Secondo te chi sono gli artisti pugliesi più interessanti in questo periodo?   La Puglia sta vivendo un momento di colonialismo intellettuale come pochi altri posti al mondo… parlare di genius loci sarebbe più giusto che andare a fare una ricerca su chi in Puglia si sta oggi occupando di arte in maniera davvero efficace. Chi è nato qui è scappato, chi è rimasto sogna un giorno di scappare e chi è scappato ed è ritornato è troppo impegnato a vivere di ricordi. Chi fa la differenza è sempre il neofita, che arriva con la sua ingenuità, il suo bagaglio culturale pieno anche di costumi da bagno e si lascia affascinare da quello che noi non vediamo più da secoli e che tutto il giorno ci si attorciglia addosso come il Rococò su una colonna tortile. Segnalo la nascita della Fondazione Lac o le Mon a San Cesario di Lecce che sarà certamente una nuova e incoraggiante esperienza culturale in questo territorio.

Ultimante a cosa stai lavorando?                                                                            Al momento sono uno scultore, mi affascina la possibilità di qualcosa che si contrappone drasticamente alla caducità della performance, la quale controllo abilmente e in maniera superba fino a che non entra in ballo la sua traduzione in video o fotografia per le quali mi devo affidare ad altri. Sto liberando una parte di me più metafisica che altrimenti non avrebbe sfogo in un tessuto di logicità a cui sottopongo il mio lavoro performativo.

Cosa consigli ad un giovane artista?                                                         Consiglierei di non andare a scuola come ho fatto io, ma alla fine anche io insegno in un’Accademia! C’è qualcosa che non torna in tutto questo, oppure torna così tanto che ha fatto il giro e ha ricominciato. Oppure si tratta solo di quell’incoerenza beniana che tanto siamo abituati a prendere sul serio…

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